Cherreads

Chapter 2 - Il riflesso scheggiato

Nel momento in cui la sua pelle toccò quella della madre, la sfera di carne e ferro esplose, trasformandosi istantaneamente in sabbia finissima che cadde al suolo con un fruscio secco, cancellando l'orrore. L'esposione aveva un che di liberatorio, quell'ammasso urlante di gemiti e grida si era chetato in un'istante portando un secondo di pace e silenzio.

​Ma Sotto le dita di Etan, la madre si era tramutata in una statua di marmo bianco, una figura eterna e pulsante che irradiava un calore sovrumano. Etan guardò i suoi occhi di pietra prima che la trasformazione fosse completa: non vi trovò rabbia per ciò che lui aveva causato, né paura per il suo destino. Vi trovò solo un orgoglio immenso e un amore che nessuna trasmutazione avrebbe mai potuto spegnere.

​Etan rimase solo nel silenzio della sala distrutta, con le mani ancora tese verso quel calore minerale.

Etan rimase immobile, il respiro che usciva a scatti come se i polmoni fossero pieni di vetro frantumato. Lo stupore lo colpì con la forza di un maglio: intorno a lui, la mostruosità di carne e metallo era svanita, ridotta a un cumulo di sabbia nera e silenziosa che ricopriva il pavimento come neve sporca. Ma al centro di quel vuoto, svettava lei.

​Non riusciva a credere ai propri occhi. Il terrore che lo aveva paralizzato fino a un istante prima mutò in una forma di venerazione spaventata. Quella non era la morte che conosceva, non era il corpo smembrato di suo padre. Era qualcosa di sacrilego e divino allo stesso tempo.

​Con le gambe tremanti, Etan si trascinò verso la figura di marmo ogni articolazione faceva male, ogni giuntura del suo corpo scricchiolava ma non gli importava più. Si gettò ai piedi della statua e, con un gesto che sfidava ogni sua fobia, cinse con le braccia la vita di pietra di sua madre. Affondò il viso contro quel marmo bianco e freddo all'apparenza, aspettandosi la gelida indifferenza della roccia.

​Invece, fu investito da una verità che gli mozzò il fiato.

​«Mamma...» singhiozzò, premendo l'orecchio contro il fianco della statua.

​Sotto la superficie levigata, Etan sentì un calore vibrante, un calore che non apparteneva alla pietra, ma alla vita. Non era solo pietra calda,poi lo sentì: un battito. Lento, profondo, come il rintocco di una campana sommersa nell'oceano, ma inequivocabile. Tum-tum. Tum-tum.

​La statua Era un bozzolo di marmo. Elara era lì dentro, intrappolata in un sonno di pietra, viva. La pietra pulsava sotto le sue dita, rispondendo al suo tocco con calore. Si potevano vedere i vasi sangugni sotto le increspature di quella che un tempo era la pelle, ed una singol lacrima bagno' il viso marmoreo e impassibile della madre.

​Il mondo non finì con un boato, ma con il fruscio della sabbia nera che si depositava sul marmo.

​Etan era ancora lì, le ginocchia affondate nei resti polverosi di quella che, pochi istanti prima, era stata una folla di nobili e servitori. Il banchetto della rovina si era mutato in un ossario silenzioso. L'odore acre dell'ozono e del ferro bruciato riempiva l'aria, mescolandosi al profumo dolciastro dei fiori recisi che marcivano all'istante sotto l'influsso residuo del cubo.

​Non c'erano più grida. Non c'erano più sussurri. Solo il rintocco sordo del cuore di sua madre sotto la superficie fredda della statua. Tum-tum. Tum-tum.

​Etan non osava staccare l'orecchio dal fianco di marmo di Elara. Temeva che, interrompendo quel contatto, quel battito potesse spegnersi per sempre, lasciandolo definitivamente solo in un universo che non aveva più un centro. Suo padre, Lord Valerius, giaceva a pochi metri di distanza: un guscio di porpora e carne, privato della sua mente, un monumento all'inefficienza dell'Equilibrio davanti al caos puro.

​«Guarda cosa hai fatto,» mormorò la Voce.

​Il suo tono era diverso ora. Non c'era più il sarcasmo velenoso, né il ruggito della battaglia. Era una voce stanca, tremante, carica di una consapevolezza che Etan non le aveva mai sentito prima. Era la voce di chi ha guardato nell'abisso e ha scoperto che l'abisso ha lo stesso colore dei suoi occhi.

​«Volevi salvarla, Etan. E guarda... l'hai resa eterna. L'hai chiusa in una prigione più sicura di quella che lei aveva costruito per te. Ma lei respira. Lei soffre nel bianco.»

​Etan si scostò lentamente, le membra che tremavano violentemente. Si guardò le mani: erano nude, sporche di cenere e polvere di marmo. Non sentiva più il calore azzurro di prima, solo un vuoto gelido che gli risaliva lungo le braccia. Il potere si era ritirato, lasciandolo nudo e vulnerabile tra i detriti della sua vita.

​Si voltò verso il punto in cui si trovava Marcus. Il cubo era sparito. L'uomo dai capelli bianchi era svanito insieme al suo orrore a quattro dimensioni, lasciando dietro di sé solo domande che bruciavano come ferite aperte. Marcus sapeva. Marcus aveva visto cosa Etan era capace di fare e, pur nel terrore, i suoi occhi avevano brillato di una bramosia che Etan non avrebbe mai dimenticato.

​Il ragazzo si alzò a fatica, barcollando. I suoi capelli bianchi, segno del sovraccarico di potere, ricadevano sugli occhi come un velo funebre. Intorno a lui, le ombre della sala sembravano allungarsi, artigli neri che cercavano di ghermire l'unica luce rimasta: il calore che emanava dal corpo marmoreo di sua madre.

​Doveva portarla via. Doveva nasconderla. Perché se Marcus era ancora vivo - e Etan sentiva nelle ossa che lo era - sarebbe tornato per finire ciò che aveva iniziato. O peggio, per possedere il segreto di quella trasmutazione impossibile.

​Etan si chinò per raccogliere i suoi guanti, ora ridotti a brandelli di cuoio inutile tra la polvere, ma si fermò. Per la prima volta nella sua vita, non provò l'istinto di coprirsi. Il mostro era già uscito. Il mondo sapeva. E il battito di Elara, là dentro, era l'unica bussola che gli restava in una terra di fantasmi.

Il silenzio che seguì l'esplosione era più violento di qualsiasi urlo. Era un vuoto che premeva contro i timpani di Etan, interrotto solo dal sibilo della polvere che ricadeva lenta sulle macerie.

​Lui si staccò dal petto di marmo della madre, barcollando. L'odore lo colpì come uno schiaffo: non era più il profumo di incenso, vini costosi e arrosti speziati che aveva riempito la sala poco prima. Ora l'aria sapeva di ozono, quel sentore metallico e pungente che resta dopo un fulmine, mescolato all'odore viscerale del sangue fresco e a quello aspro della carne bruciata. Ma c'era qualcos'altro, un odore di terra vecchia, di tomba scoperchiata, che proveniva dalla sabbia nera in cui si era trasformata la sfera di carne.

​Etan provò a fare un passo, ma il piede scivolò su qualcosa di viscido. Abbassò lo sguardo.

​A pochi centimetri dai suoi stivali giaceva ciò che restava di suo padre. Lord Valerius non era più l'uomo potente e composto che lo aveva guidato al tavolo. Era un ammasso di vesti lussuose inzuppate di un rosso troppo vivo, che terminavano bruscamente dove avrebbe dovuto esserci il collo. Il cubo non aveva tagliato la carne; l'aveva rimossa dalla realtà, lasciando un bordo netto, asettico, quasi artificiale.

​Etan sentì la gola contrarsi. Un sapore amaro e bollente gli risalì dallo stomaco. Si piegò in due, le mani che artigliavano il pavimento sporco di cenere e detriti, e vomitò violentemente. Il sapore acido della bile si aggiunse al fetore della sala, un riflesso umano e misero in mezzo a un disastro divino. Continuò a sussultare, i polmoni che raschiavano l'aria, mentre le lacrime gli annebbiavano la vista.

​«Guardalo,» gracchiò la Voce, ma non era un comando, era un gemito strozzato. «Guarda il tuo 'Equilibrio'. È finito, Etan. Non c'è più nessuno a dirti dove stare. Siamo solo noi e il silenzio.»

​Etan si pulì la bocca con il dorso della mano nuda, tremando. Per un istante, il dolore per la perdita del padre fu soffocato da un pensiero fulmineo, gelido, che gli attraversò la mente come una scarica elettrica.

​Marcus.

​L'uomo dai capelli bianchi. L'alchimista che non lo aveva guardato come un ragazzo, ma come un tesoro da scorticare. Etan scattò in piedi, ignorando il dolore alle articolazioni che sembravano fatte di vetro. Si girò freneticamente su se stesso, i capelli bianchi che gli sferzavano il viso sporco.

​Dov'era? Marcus non poteva essere morto. Non lui. Non dopo averlo guardato in quel modo... Etan sentiva ancora addosso quella bramosia, un desiderio malato che andava oltre la curiosità. Marcus non voleva capire il suo potere, voleva possederlo, voleva mangiarlo con gli occhi.

​Etan iniziò a cercarlo con lo sguardo tra le rovine dei tavoli ribaltati e i corpi mutilati. La paura, quella vera, tornò a mordergli lo stomaco. Se Marcus era ancora lì, tra le ombre, Etan era una preda ferita. Cercò tra le macerie, dietro le colonne spezzate, con i sensi tesi al massimo, aspettandosi di vedere da un momento all'altro quel sorriso folle o di sentire di nuovo il fischio del cubo nero.

​«Marcus!» provò a gridare, ma il nome gli uscì come un rantolo soffocato, perso nel vuoto della sala.

​La sala sembrava svuotata di ogni presenza, ma carica di una minaccia invisibile. Marcus sembrava sparito nel nulla, come se l'ombra lo avesse inghiottito, lasciando Etan solo con una madre di pietra e un padre ridotto a polvere e sangue.

​«Non è andato lontano,» sussurrò la Voce, tornando a farsi viscida. «Senti l'aria? È rimasta la sua puzza. Ci sta guardando da qualche parte. Aspetta solo che ci addormentiamo... ha fame di te, Etan. Senti come ti brama?»

​Etan si strinse le braccia intorno al petto, sentendo la pelle nuda esposta al freddo della sala distrutta. Era terrorizzato. Più di quando era nella sua stanza asettica. Perché ora sapeva che là fuori c'era qualcuno che non aveva paura del mostro, ma che voleva diventarlo insieme a lui.

Etan indietreggiò, ma le sue spalle urtarono contro il freddo marmoreo del fianco di sua madre. Non c'era più spazio per fuggire.

​Alzò lo sguardo e il cuore gli si fermò nelle costole. Marcus era lì, sospeso sopra di lui, proiettato in avanti con una frenesia che non aveva nulla di umano. Non lo stava attaccando, lo stava divorando con gli occhi. Le sue pupille erano talmente sgranate da aver inghiottito quasi tutto l'iride, ridotte a due buchi neri carichi di un'estasi malata.

​Dalla sua bocca, aperta in un ghigno tremante, colava un filo di bava che si perdeva tra le pieghe del velluto scuro. Marcus non sembrava nemmeno accorgersene; la sua intera esistenza era concentrata su Etan, sulla sua pelle nuda, sul segreto che pulsava nelle sue vene. Lo fissava con una bramosia così densa da sembrare fisica, una fame che non cercava cibo, ma l'essenza stessa della materia che Etan aveva appena piegato ai suoi piedi.

​Il terrore di Etan smise di essere un'idea e divenne carne. Marcus non era scappato. Non era sparito. Era rimasto lì, a un soffio da lui, godendosi ogni brivido, ogni lacrima, ogni conato di vomito. Stava aspettando il momento in cui Etan sarebbe stato più debole, più nudo, per poterlo studiare da vicino.

​«Ancora...» esalò Marcus, e la sua voce era un rantolo umido, infarcito di una gioia sadica. «Fammi vedere ancora come trema il mondo quando lo tocchi. Fammi sentire il sapore di quel vuoto...»

​L'uomo allungò una mano, le dita che vibravano per l'eccitazione, avvicinandole al viso di Etan. Non voleva colpirlo. Voleva toccare la fonte del miracolo. Etan sentì l'odore del fiato di Marcus, un misto di vino vecchio e follia, e capì con un orrore assoluto che non era in presenza di un assassino, ma di un adoratore che voleva smontarlo pezzo per pezzo per carpirne il funzionamento.

​«Uccidilo ora!» urlò la Voce, ma questa volta era un grido di panico, non di potere. «Toccale quelle pupille malate! Rendilo pietra, rendilo cenere, fa' qualcosa! Ci sta mangiando vivi con gli occhi!»

​Etan era paralizzato. Marcus era lì, che incombeva su di lui come una montagna di ossessione, giocando con la sua preda, assaporando il terrore che emanava dai pori del ragazzo prima di sferrare il colpo finale. Era il gioco di un gatto con un topo ferito, dove la morte è solo l'ultima, noiosa parte del divertimento.

Marcus si sporse ancora di più, l'ombra del suo corpo che soffocava Etan contro il marmo. Il filo di bava gli bagnò il mento, ma lui non batté ciglio; continuò a fissare il ragazzo con quella bramosia elettrica, come se stesse leggendo la composizione molecolare dei suoi sfarzosi capelli bianchi.

​«Guarda questo splendido disastro, Etan,» sussurrò Marcus, e la sua voce era un accarezzare di vetro su metallo. Gesticolò verso la sala, verso la polvere di sabbia nera che un tempo era stata carne umana. «Pensi che tutto questo... questa sceneggiata... fosse prevista per stasera? No, piccolo mostro. Stasera doveva essere solo un preludio. Un'esposizione di curiosità per vecchi sciocchi e ministri panciuti.»

​Rise, un suono secco e sibilante che gli fece scuotere le spalle.

​«Lo studio, Etan. La conoscenza richiede anni di solitudine, di calcoli, di esperimenti falliti. Ma il vero potere... il potere che squarcia il velo dell'universo... quello nasce solo dalla sofferenza. Solo quando la materia viene portata al limite del dolore, rivela la sua vera architettura. Io ho passato decenni a torturare il ferro e il mana per ottenere questo,» indicò con un cenno folle il vuoto dove prima fluttuava il cubo. «Ma tu...»

​Si avvicinò così tanto che Etan sentì il calore febbrile che emanava dalla sua pelle. Marcus sgranò ancora di più gli occhi, i globi oculari percorsi da capillari rossi.

​«Tu sei l'imprevisto. Sei la variabile che ha bruciato le tappe. La tua presenza, quell'odore di vuoto che emani, ha scosso il Cubo più di quanto le mie formule abbiano mai fatto in dieci anni. Hai anticipato ogni cosa. Hai scatenato la fame della materia prima del tempo.»

​Marcus allungò un dito, sfiorando l'aria a un millimetro dalla guancia di Etan, assaporando il terrore che faceva tremare il ragazzo.

​«Quindi non guardarmi con quegli occhi pieni di lacrime. Non cercare pietà in questa sala. La colpa di questo massacro è solo tua, Etan. Sei stato tu a chiamare l'abisso. Sei stato tu a far morire tuo padre semplicemente esistendo. Io volevo solo studiare la luce... sei tu che l'hai costretta a venire divorata.»

​Il suo volto si distorse in una smorfia di sadico piacere. «Il mio fine ultimo è qualcosa che la tua piccola mente spezzata non potrebbe nemmeno sognare. Ma sappi questo: stasera hai dimostrato che la sofferenza è la chiave più veloce per la divinità. E io ho intenzione di farti soffrire finché non sarai nient'altro che una fonte pura di creazione.»

​«Uccidilo...» la Voce nella testa di Etan era un rantolo soffocato. «Ti sta dando la colpa per l'assassinio di tuo padre... dice che sei tu il Cubo... toccalo, Etan! Fallo tacere!»

​Ma Etan non riusciva a muoversi. Era schiacciato dalla verità distorta di Marcus, dal peso di un sangue che sentiva scorrere sulle sue stesse mani nude.

Il silenzio della sala venne squarciato da un suono che Marcus non si aspettava. Non fu un pianto, né un lamento.

​Etan sollevò il capo, ma l'espressione sul suo volto era cambiata. I suoi occhi marroni erano diventati due fessure azzurre, gelide, e quando aprì la bocca, la voce che ne uscì non era la sua. Era una voce femminile, secca, tagliente come una lama di ghiaccio che batte su una lastra di metallo. Una voce che non ammetteva repliche, carica di una stanchezza millenaria.

​«Che cos'è quella cosa, Marcus?» chiese la Voce attraverso le labbra di Etan. «Cos'era quel Cubo?»

​Marcus si immobilizzò, sorpreso per un istante da quel mutamento, ma poi il suo ghigno si allargò, estasiato dalla novità.

​«Oh... allora c'è qualcuno lì dentro,» esalò lui, la bava che ancora gli imbrattava il mento. Si raddrizzò appena, come se stesse parlando a un suo pari. «Quello, mia cara, è qualcosa che ho recuperato da molto, molto lontano. Non oltre i mari che solcano i mercanti, non oltre le montagne che sfidano il cielo. Ma oltre il tempo. Oltre lo spazio stesso.»

​Con un gesto teatrale e tremante, Marcus infilò la mano nella tunica lorda e ne tirò fuori un secondo oggetto. Era un altro cubo nero, identico al primo, ma non appena la luce delle candele morenti lo sfiorò, la materia iniziò a vibrare con un suono stridente. Davanti agli occhi sgranati di Etan e della presenza che lo abitava, il cubo si sgretolò, trasformandosi in polvere grigia che scivolò tra le dita dell'alchimista.

​«Vedi?» Marcus rise, un suono rauco che gli graffiò la gola. «Questo è solo un prototipo. Una spoglia instabile. Mi ci sono voluti anni di esperimenti, sacrifici che non oseresti nemmeno immaginare, per ottenere quegli unici dieci secondi di follia e distruzione che hai visto prima.»

​Si chinò di nuovo verso il viso di Etan, l'odore della sua bramosia ora era insopportabile.

​«Immagina, mostriciattolo... immagina cosa potrei fare io con dieci secondi di te. Se un guscio vuoto e instabile ha cancellato un Ministro e trasformato una sala in un ossario, cosa potrebbe fare il potere che ti scorre nelle vene se fosse incanalato in una struttura perfetta?»

​Le dita di Marcus artigliarono l'aria davanti alla gola di Etan, come se volessero strappargli le parole o l'anima.

​«Stasera la colpa è stata tua perché hai accelerato il processo, ma il risultato... il risultato è il capolavoro che ho sempre sognato. Tu non sei un ragazzo. Sei la chiave di una porta che il tempo ha cercato di tenere chiusa per millenni.»

​«È un folle,» sibilò la voce femminile nella testa di Etan, ma questa volta la sua freddezza tremava leggermente. «Non sta cercando la magia. Sta cercando di disfare la creazione. Etan... dobbiamo andarcene. Ora.»

Marcus non aspettò oltre. La bramosia nei suoi occhi si trasformò in un'azione chirurgica e spietata. Con un movimento così rapido da essere quasi invisibile, estrasse un bisturi alchemico dalla manica e lo calò sulla mano nuda di Etan.

​Il ragazzo non ebbe il tempo di urlare. Il dito mignolo si staccò con un colpo netto. Marcus, con le mani tremanti di un'estasi malata, prese il lembo di carne e lo tagliò ulteriormente a metà. Una parte la ripose con cura maniacale in un fazzoletto bianchissimo, come se fosse la reliquia di un dio; l'altra metà, ancora calda, la sollevò davanti ai propri occhi sgranati.

​«Voglio sapere,» esalò Marcus, la voce ridotta a un rantolo umido. «Voglio sentire che sapore ha l'origine di tutto.»

​Aprì la bocca, pronto a inghiottire il pezzo di carne intero, ma in quel millesimo di secondo accadde qualcosa di impossibile. Etan non sentì dolore. Il vuoto nel suo petto era diventato così assoluto da anestetizzare i nervi. Quella freddezza lo riportò bruscamente a sé: la voce femminile si ritirò e lui riacquistò coscienza, i suoi occhi marroni tornarono limpidi e terrorizzati.

​Il frammento di dito che Marcus aveva infilato nella tasca del suo cappotto reagì alla vicinanza del Cubo o forse alla paura di Etan. La materia impazzì. In un istante, il pregiato tessuto scuro del cappotto di Marcus iniziò a mutare, diventando ferro puro.

​Marcus ebbe appena il tempo di soffocare un gemito di sorpresa prima che il peso del metallo lo schiacciasse. Il cappotto ora pesava centinaia di chili, una corazza rigida che lo trascinò a terra con un boato sordo, bloccandolo contro il marmo scheggiato.

​«Maledetto... piccolo mostro!» gridò Marcus, dimenandosi inutilmente sotto il peso del suo stesso abito trasformato. La sua faccia era schiacciata contro il pavimento, ma i suoi occhi cercavano ancora Etan con una ferocia instancabile. «Corri! Scappa pure, codardo! Credi che questo ti salverà? Non potrai mai allontanarti abbastanza!»

​Etan, con il mozzicone del dito che sanguinava silenziosamente, iniziò a indietreggiare verso l'uscita, inciampando nei resti del banchetto.

​«La caccia è appena iniziata, Etan!» urlava Marcus alle sue spalle, la sua voce deformata dalla rabbia e dal peso del metallo. «Più corri, più la mia voglia di acciuffarti aumenterà! Ti troverò! Ti smonterò finché non capirò come hai fatto!»

​Etan si voltò e corse. Corse oltre il corpo senza testa di suo padre, oltre la statua pulsante di sua madre, oltre il massacro della sua vita precedente. Arrivato al portone immenso della sala, la vista iniziò a farsi scura. Il trauma, la perdita di sangue e lo sforzo sovrumano gli spensero i sensi. Cadde in avanti, verso l'oscurità del corridoio.

​Quando riaprì gli occhi, il silenzio della sala era svanito.

​Etan sentì il contatto dell'erba fresca e umida contro la schiena. Un soffio di vento gelido gli solleticò il viso, portando con sé l'odore di acqua dolce e pino. Aprì le palpebre a fatica, aspettandosi di vedere il soffitto distrutto del palazzo, ma sopra di lui si stendeva un tappeto di stelle così fitte da sembrare polvere luminosa.

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